La via americana al Volley

La via americana al Volley

28 Dicembre 2019 0 Di marco

Claudio è appena tornato da un’esperienza negli Usa. Ecco il suo racconto.

Incuriosito dai racconti di amici che stanno vivendo un’esperienza pallavolistica negli USA, e grazie anche all’amicizia di cui Doug Beal mi onora, quest’anno ho deciso di assistere all’evento che viene organizzato in America in contemporanea con le finali femminili del più importante Campionato Universitario (NCAA). Intorno alla Final Four, a cui assistono circa 18.000 persone dal vivo con sold out ogni volta, viene organizzata una grande Convention dall’Associazione Allenatori Americani con corsi di aggiornamento, meeting, zone di allenamento e area commerciale, a cui partecipano migliaia di allenatori, responsabili di club e università. L’Associazione Allenatori ha un budget annuale di circa 3 milioni di dollari, che arrivano soprattutto attraverso l’organizzazione di questi eventi più che dalle aziende partner. La partecipazione alla convention ha costi variabili tra i 300 e i 700 $ (almeno 2/3.000 i partecipanti iscritti a questa sessione di Dicembre). Questo solo per rendere l’idea di come sia tutto ingigantito negli Usa anche intorno al Volley. Lo sport americano, e quindi anche la pallavolo, è visto e vissuto in chiave meramente economica con i pro e contro che questo comporta. La vita degli Americani ruota intorno all’università, vero spartiacque tra una vita economicamente sostenibile secondo il sogno americano e tutto il resto. Il problema sorge con i costi delle rette universitarie, che si aggirano mediamente tra i 50 e i 100.000 $ all’anno. Se questo da una parte si trasforma in servizi e strutture adeguate ai costi richiesti (quindi palazzetti e impianti sportivi di proprietà delle Università che in Italia ci sogniamo, tutor universitari per aiutare gli studenti e tanto altro) dall’altro comporta nella stragrande maggioranza dei casi la necessità di un indebitamento per sostenere i costi universitari dei figli. In questo modo gli americani entrano nel frullatore di una vita basata sul debito e sul dio dollaro come faro principale della propria vita. Di conseguenza anche i ritmi della vita sono basati esclusivamente sul lavoro come fonte di guadagno e di rientro dai debiti. Unica concessione alla convivialità, la grigliata del sabato con gli amici (barbecue) rigorosamente di giorno. E anche per questo gli eventi sportivi risultano così seguiti, essendo una delle pochissime scappatoie alla quotidianità da cui sono (quasi) bandite cene o uscite con gli amici.

Una delle poche possibilità di uscire dal percorso semi obbligato dell’indebitamento passa attraverso le borse di studio, tra le quali quelle per meriti sportivi la fanno da padrone. Di conseguenza anche la Pallavolo è vista come una possibilità di accedere a questi percorsi di borse di studio e, quindi, come un business. Negli ultimi 15/20 anni sono fioriti negli USA tantissimi club di Volley che hanno queste finalità, club con un approccio ovviamente americano, con degli altissimi costi annuali per un’attività di base limitata (2 allenamenti settimanali più la partita) ma con un resoconto email alle famiglie quasi maniacale sull’attività svolta a ogni allenamento, gli obiettivi perseguiti e quelli raggiunti attraverso quell’unico allenamento (in leggero contrasto questo con una qualità tecnica media decisamente bassa anche rispetto ai coetanei italiani). A questo si aggiungono gli allenamenti privati, a pagamento anche questi per ogni singola lezione, che possono essere individuali oppure di gruppo e che sono necessari, dato che l’attività di base è veramente poca. Di conseguenza le famiglie scommettono, con investimenti dai 4000 ad oltre 10000 $ all’anno, per cercare di far ottenere la borsa di studio sportiva ai figli. Quindi il movimento giovanile americano nel volley, soprattutto femminile, è in grande fermento e sviluppo con questi obiettivi ma è un movimento completamente autoreferenziale, pensato esclusivamente come sbocco universitario. Infatti anche i regolamenti dei campionati giovanili ed universitari debordano dai regolamenti del volley per favorire l’aumento della partecipazione.

In campo femminile, ad esempio, oltre alla possibilità di far battere il libero (indicando a ogni inizio set al posto di quale giocatore, generalmente un centrale) sono arbitrariamente aumentati i cambi disponibili a ogni set dai 6 previsti nella Pallavolo a 18, con 15 sostituzioni/set per l’attività nel giovanile ma anche nei tornei universitari. La conseguenza principale di quest’orgia di sostituzioni è creare una specializzazione ancora più specifica, con squadre che giocano facendo il doppio cambio alzatore/opposto ogni volta che l’opposto stesso arriva in seconda linea (in modo da avere l’alzatore sempre dietro) oppure togliendo uno dei posti 4 in seconda linea lasciandolo in campo solo per l’attacco. Queste scelte comportano che spesso, giocatrici che hanno fatto anche bene nel campionato universitario, siano assolutamente impreparate a giocare a Pallavolo, non avendo mai battuto (a parte qualche centrale), mai ricevuto (a parte qualche posto 4), mai attaccato da seconda linea (a parte qualche opposto) o mai murato (a parte qualche alzatore). Anche tatticamente sono abbastanza indietro, sempre per l’autarchia che contraddistingue gli USA. Gli allenatori delle università sono in realtà dei professori universitari che insegnano la pallavolo e hanno il posto assicurato per decenni (a meno di gravi errori soprattutto nella sfera comportamentale o insoddisfazione palese delle atlete). Ho parlato con diversi allenatori delle università (ovviamente non quelle che puntano a vincere) e sono rimasto sorpreso nel constatare che non conoscono nemmeno i nomi di giocatori e giocatrici della loro Nazionale, per il loro sistema non è necessario essere a conoscenza di quello che succede nel mondo della Pallavolo e, evidentemente, non hanno nemmeno interesse personale a migliorare le proprie conoscenze e capacità. In conclusione, un mondo molto diverso dal nostro ma anche dagli altri sistemi sportivi europei. Una via alla vita decisamente differente ma, forse anche per questo, decisamente affascinante.