Campioni e laureati: è possibile?

Campioni e laureati: è possibile?

12 Febbraio 2019 6 Di marco

Riceviamo da Raimondo Della Volpe questo interessante contributo sul delicato tema della compatibilità tra studio e attività sportiva di alto livello.

Per affrontare questa spinosa questione, prendo spunto dal tono di meraviglia con cui i media descrivono il conseguimento della laurea di un atleta italiano di alto livello (v. Chiellini nel calcio, Rossini nel volley, etc), quasi fosse un’impresa epica. Sembra che al di qua delle Alpi un atleta sia diffusamente considerato come un “minus habens”; ebbene, penso sia il caso di farsene una volta per tutte una ragione: in altri paesi ciò rappresenta la norma e non l’eccezione come da noi.

Quindi?

E’ lampante che in Italia il risultato netto del bilancio del “modello educativo-sportivo” sia da tempo fallimentare, perché è obsoleto, anacronistico; inoltre, indipendentemente dal talento posseduto, non è più in grado di garantire una crescita armonica a 360° di un atleta perché non è più in grado (ammesso lo sia mai stato) di consentire che si realizzi un passaggio possibilmente indolore nel mondo del lavoro. La stessa Comunità Europea comincia a porsi qualche domanda su tale tema, e stiamo parlando di realtà molto più avanzate della nostra (per chi volesse documentarsi consiglio la lettura di: Gold in Education and Elite Sport e Linee Guida sulla Doppia Carriera http://www.scuoladellosport.coni.it/images/sds/Linee_Guida_EU_Doppia_Carriera.pdf). A mio modo di vedere questa e l’insufficiente alfabetizzazione motoria dei cicli scolastici sono le due drammatiche criticità dello sport italiano che, se non vi porremo rimedio quanto prima, ci porteranno a pagare un prezzo elevatissimo anche in termini di benessere psico-fisico delle future generazioni.

In Italia parlare di professionismo sportivo al di fuori del calcio e di poche altre discipline sportive (ciclismo, golf, basket, automobilismo, motociclismo, pugilato) è del tutto fuorviante e illusorio; lo è ancor di più se lo rapportiamo allo stato di crisi economica e sociale che viviamo da decenni nel nostro paese. I giovani (comprensibilmente) e i genitori (incomprensibilmente), dimenticano che una carriera sportiva è un fenomeno non sempre controllabile, poiché risente di tante variabili endogene ed esogene. Quindi si corre il rischio di creare delle generazioni d’illusi/delusi e con conseguenze sociali difficilmente rimediabili.

Per la pallavolo nostrana è bene partire dal dato di fatto incontestabile: non è uno sport professionistico, perché non ne possiede il profilo giuridico con le relative norme a tutela del lavoratore (assicurazione, gravidanza/maternità/paternità), inquadramento fiscale, retributivo, contributivo, etc. Ma poi ci si scontra con la realtà dei fatti e ci troviamo di fronte al fatto che se non è professionismo da un punto di vista formale, lo è certamente da un punto di vista sostanziale, dato l’impegno richiesto a tutti gli atleti e, ripeto, in assoluta mancanza di normali tutele contrattuali, assicurative, etc, che il caso in specie richiederebbe.

Provate a rispondere alle seguenti domande: da un punto di vista strettamente economico, quanti atleti italiani di serie A1 e A2 possono considerarsi dei veri professionisti, tali da garantirsi un sereno “dopo volley”? Forse 10-15? Ma su quanti? Di che cifre parliamo? Lasciamo perdere. E veniamo ai giovani di prospettiva: di che compensi parliamo (ve lo garantisco sono ridicoli, quasi offensivi). Quanti arriveranno a “sfondare” e a percepire certe cifre? A che età? Per quanti anni? Cosa faranno quando smetteranno di giocare? Per onestà intellettuale, proviamo a porci altre tre domande: durante la carriera sportiva quanti giovani pallavolisti di medio-alto livello conseguono un qualsiasi titolo di studio (corso professionalizzante, laurea triennale e/o magistrale)? Quanti intraprendono un percorso di alternanza sport/lavoro? Perché la maggior parte dei giovani di prospettiva, così come i più grandi, pur avendo sufficiente tempo a disposizione (al netto di allenamenti e partite) si fermano alla maturità (alcuni non ci arrivano nemmeno) e non fanno altro?

Un tempo la pallavolo (e non solo) era considerata uno sport “acculturato”, e anche nell’alto livello la percentuale di diplomati/laureati (anche in ritardo) era molto elevata, così come il tasso di occupazione post sport. Eppure a quel tempo ci allenavamo come e quanto quelli di ora, quindi? Come si è arrivati a questo? Innanzitutto c’è un dato di fatto incontestabile: in Italia il mondo dello sport è studiofobo e quello degli studi è sportofobo, mondi che da decenni si guardano sempre più in cagnesco, ve lo dico per esperienza personale di ex atleta di alto livello/Medico/Dottore di Ricerca/etc. nonché allenatore e soprattutto fortunatissimo genitore.

Quindi i giovani e le famiglie si son trovati sempre più precocemente di fronte al bivio studio o sport, ma visti i tempi che corrono (da decenni) è stato quasi naturale, se non in alcuni casi necessario, optare per la soluzione economicamente più immediata, comoda, ma in grado di garantire minimamente un sereno e duraturo futuro. A ciò si sono aggiunti nel tempo altri fattori, quali:
– il progressivo quanto folle incremento d’impegni/appuntamenti per i giovani di prospettiva (doppi allenamenti, raduni, stage, tornei, etc);
– l’insufficiente compliance tra impegni sportivi e scolastici;
– la tendenza dei genitori a spianare la strada ai figli, invece di accompagnarli verso una progressiva assunzione di responsabilità e all’autonoma organizzazione dei loro impegni scolastici-sportivi.

Rimedi?

1) Innanzitutto ripensare il modello organizzativo dello sport italiano in generale, iniziando con l’istituzionalizzare l’attività ludico motoria nella scuola primaria e la pratica delle varie discipline sportive (in primis l’atletica) dalla scuola secondaria in su, e riportare in auge i Giochi della Gioventù/Studenteschi dalle Medie sino alle Superiori, dandogli piena dignità di manifestazione Nazionale. A ciò aggiungerei un’adeguata formazione curriculare sui corretti stili di vita (alimentazione, etc).
2) Porre mano una volta per tutte alla riforma della legge sul professionismo/dilettantismo sportivo e sulle norme a tutela degli atleti.

Per quanto riguarda il Volley e come “collegare” la carriera di un giovane atleta di talento a un percorso di studi universitario, credo fortemente che per questa fascia di età (dai 18 ai 23 anni), l’Università rappresenti il contenitore o, meglio, l’incubatore perfetto che garantirebbe una crescita armonica e non follemente unidirezionale del talento sportivo. Ma di questo parleremo nelle prossime uscite, prendendo spunto dal progetto di riforma dei Campionati e della norma sull’obbligo di partecipazione a campionati di Serie B o C per le seconde squadre giovanili.

Raimondo Della Volpe ha giocato in serie A tra gli anni 70 e 90, conquistando due scudetti con la Panini Modena e uno con la Maxicono Parma. Nel suo palmares anche due Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e un Mondiale per Club.